Qualche considerazione

Le ricerche si sono incentrate su un territorio che da tempo lamentava una serie di danni al bestiame domestico, danni che si verificavano essenzialmente nei periodi tardo autunnali, invernali e all' inizio della primavera, per poi rarefarsi negli altri periodi, senza però mai calare a zero.
D' altra parte, da lungo tempo ormai si riteneva che il lupo si fosse estinto nel comprensorio e si imputava la totalità dei danni alla presenza di numerosi cani randagi.
Mai però era stata condotta una seria indagine sull' effettiva scomparsa del nostro predatore nel comprensorio, né era stata mai condotta alcuna ricerca approfondita circa 1' effettiva consistenza numerica del cane. Alcuni episodi, comunque, mantenevano sospesa la questione, almeno fino al 1986 quando un pastore della zona di Orsara uccideva a fucilate un esemplare che ad una approfondita analisi risultava essere attribuibile ad un meticcio fra cane e lupo.
Veniva quindi a prendere corpo il sospetto che alcuni lupi fossero sopravvissuti nell' area o in qualche località ancora naturalmente integra ai confini della regione Puglia.
Un avvistamento, da parte dello scrivente, su segnalazione di alcuni cacciatori di Roseto Valfortore, confermava questo sospetto nello stesso periodo del recupero dell' esemplare di Orsara di Puglia.
Le attuali conferme, dopo la ricerca condotta con la tecnica del wolf howling, giustificano il sospetto che esistano alcuni corridoi che dalle zone Beneventane ed Avellinesi permettano incursioni del predatore nelle nostre zone.
Per quanto riguarda l' origine dei tre nuclei individuati nel territorio pugliese è ragionevole pensare che possa esistere uno scambio fra la zona dell'Avellinese e la zona di Accadia e fra la zona Beneventana e quella del Subappennino Dauno Settentrionale (nucleo della zona di Roseto) e fra il Subappennino ed il Molise (nucleo del bosco di Celenza).
Questa ipotesi troverebbe una conferma nel fatto che l' esemplare ucciso ad Orsara di Puglia nel 1986 si trovava al confine con la regione Campania e che anche in quei territori erano da tempo stati segnalati danni al bestiame.
E quindi ipotizzabile che gli esemplari attualmente censiti nel comprensorio del Subappennino Dauno non debbano essere considerati strettamente "residenti" nel territorio, ma che quest' ultimo faccia parte di una ben più vasta area familiare a cavallo fra le due regioni confinanti (Puglia e Campania).
Per la zona del bosco di Celenza, invece, potrebbe essere ormai accreditata l' ipotesi di un nucleo residente, anche se occorrerà ampliare ed approfondire le ricerche prima di poter affermare con sicureza la cosa.
La possibilità di permanenza di un nucleo di predatori quali il lupo in un territorio è strettamente legata anche alla possibilità di rinvenire nell' area di frequentazione una adeguata riserva alimentare a cui attingere.
Scomparsi dal comprensorio i grandi erbivori, il lupo ha visto estremamente ridotte le riserve trofiche. D' altra parte, un fenomeno sufficientemente diffuso di pastorizia potrebbe costituire un notevole stimolo alla predazione di domestici da parte del nostro selvatico.
Nonostante le numerose segnalazioni di danni al bestiame allevato, però, si deve supporre che questo non costituisca se non una fonte alimentare secondaria, utilizzata esclusivamente in caso di stretto bisogno.
A questo livello è significativo l' esame del contenuto stomacale degli esemplari uccisi e fin qui recuperati. Si sono rinvenute tracce evidenti di predazione su micromammiferi, essenzialmente ratti e topi, mentre sicuramente, in alcuni casi (soprattutto per l'esemplare di Orsara) l' animale si apprestava a predare alcuni ovini.
La presenza nello stomaco di roditori selvatici ci porta a considerare questa categoria come una delle fonti di alimentazione del lupo, ciò in accordo con osservazioni effettuate in altre zone.
Non è stato purtroppo possibile esaminare altri contenuti stomacali in quanto di alcune uccisioni si sono avute solo vaghe notizie e gli eventuali esemplari uccisi sono stati occultati per paura, causando quindi in questo modo la perdita di importantissime informazioni. Inoltre, spesso, quando si giunge a poter recuperare l'esemplare, è trascorso diverso tempo dalla morte e l' esame delle parti interne, soprattutto lo stomaco, risulta assolutamente impossibile.
Nonostante questa scarsità di notizie sull' argomento, è ragionevole pensare che la maggiore fonte di alimentazione del lupo sul territorio in esame sia costituita da micromammiferi selvatici, seguita
in ordine da selvaggina reintrodotta a scopo venatorio e, successivamente, da animali allevati.
Soprattutto ultimamente, sono state accertate predazioni sul cinghiale, anche se al momento sembra che oggetto dell' interesse del lupo siano soprattutto i piccoli. Anche questo, comunque può essere considerato, al momento, una ipotesi di lavoro, da verificare con maggiore accuratezza.
E lecito quindi supporre che una migliore gestione del patrimonio faunistico selvatico ed una sua ricostituzione allontanerebbero il lupo dagli allevamenti, mantenendolo nelle zone più selvagge del territorio, restituendo al nostro predatore la sua funzione di controllore dell' ambiente.
Un altro problema sollevato dall' indagine è quello dell' aumento, soprattutto nel comprensorio settentrionale del Subappennino, del numero di lupi.
L' analisi fenotipica degli esemplari recuperati mostra alcuni dettagli che ci porterebbero ad ipotizzare, in alcuni casi, l' esistenza di meticci fra cani e lupi.
In effetti occorre fare alcune considerazioni che in questo momento costituiscono, ancora una volta, solo una ipotesi di lavoro.
La vitalità di una popolazione di animali è garantita, oltre che dalla disponibilità di un ambiente adatto e di cibo a sufficienza, da un numero minimo di animali e dalla possibilità di interscambio fra questa ed altre popolazioni. In mancanza di questo presupposto si va incontro al fenomeno dell' imbriding, ovvero del reincrocio fra consanguinei, con il conseguente indebolimento del patrimonio genetico.
Questa situazione, a lungo andare, porta all' estinzione della popolazione, passando attraverso alcuni fenomeni anomali che possono portare, nei casi più frequenti, a malattie genetiche debilitanti e che, in molti casi, documentati soprattutto paleontologicamente, sono costituiti da fenomeni di gigantismo o di nanismo.
All' atto del primo censimento era stata rilevata una popolazione totalmente insufficiente a soddisfare questa esigenza numerica, tanto che si era ipotizzato che ormai la popolazione di lupi del comprensorio fosse allo "stremo genetico".
In periodo successivo, come già accennato, si è notato uno sviluppo notevole della stessa popolazione, con la comparsa, però, di caratteri che si discostavano dal fenotipo lupino conosciuto in altre zone.
D' altro canto, come più avanti verrà affermato, un lupo che incontri una femmina di cane in calore è portato ad accoppiarsi piuttosto che ad attaccare, attuando, con questo atto, una sorta di rinnovamento del patrimonio genetico.
Poiché il genotipo selvatico è dominante su quello domestico, i frutti dell' accoppiamento mostreranno la maggioranza dei caratteri selvatici, cioè lupini, mentre dell' apporto genetico domestico, spesso, non rimangono che labili tracce (nel nostro caso, aumento della taglia, pelame più rossiccio che nel selvatico, ecc.). Paradossalmente, ma qui siamo nel campo delle ipotesi di lavoro; tutte da verificare, molto probabilmente la salvezza del lupo nel, Subappennino è da attribuire proprio ad un elemento negativo, vale a dire la presenza del cane vagante.
L' accoppiamento con esemplari di cani avrebbe, infatti, avuto la funzione di rinnovare il patrimonio genetico evitando quindi l' estinzione del lupo per i motivi su accennati.

Indice
Tutela: interazione tra cani e lupi || Danni agli allevamenti || Intervento sul randagismo canino
Le attività umane: la ceduazione || La bruciatura delle stoppie || Gli incendi boschivi
Il turismo || La caccia || L'educazione || Conclusioni
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